A spasso con i poeti… A San Mauro di Romagna

Pubblicato il ago 23, 2017 | 0 commenti

di Alice Colombo

 

Terza puntata del nostro viaggio in compagnia dei poeti. È la volta di Giovanni Pascoli, che ci porta nel suo paese natio descrivendolo all’amico Severino. Non fatevi spaventare dal numero delle strofe: godetevi l’assolata campagna di olmi e di pioppi, la case addobbate di fiori, l’attività dei contadini e dei buoi, il cinguettio degli uccellini e il gracidio delle rane.

La dimora di Pascoli è il luogo perfetto, accogliente come un nido (parola che gli è particolarmente cara, poiché simboleggia la pacifica sicurezza della casa). Essa fornisce la tranquillità necessaria per fare letteratura e volare con la mente, come Astolfo a bordo dell’ippogrifo, quando si recò sulla luna a recuperare il senno perduto del paladino Orlando.

Purtroppo, però, tutti i familiari sono usciti dal nido, anche il poeta, che ora si sposta seguendo il suo lavoro. Vorrebbe ritornare, ma il dispiacere di trovare altri abitanti in quella che fu casa sua sarebbe troppo forte.

 

La campagna romagnola

La campagna romagnola

 

Romagna

 

Sempre un villaggio, sempre una campagna

mi ride al cuore (o piange), Severino:

il paese ove, andando, ci accompagna

l’azzurra vision di San Marino:

 

sempre mi torna al cuore il mio paese

cui regnarono Guidi e Malatesta,

cui tenne pure il Passator cortese,

re della strada, re della foresta.

 

Là nelle stoppie dove singhiozzando

va la tacchina con l’altrui covata,

presso gli stagni lustreggianti, quando

lenta vi guazza l’anatra iridata,

 

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,

e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,

gettarci l’urlo che lungi si perde

dentro il meridiano ozio dell’aie;

 

mentre il villano pone dalle spalle

gobbe la ronca e afferra la scodella,

e ‘l bue rumina nelle opache stalle

la sua laborïosa lupinella.

 

Da’ borghi sparsi le campane in tanto

si rincorron coi lor gridi argentini:

chiamano al rezzo, alla quiete, al santo

desco fiorito d’occhi di bambini.

 

Già m’accoglieva in quelle ore bruciate

sotto ombrello di trine una mimosa,

che fioria la mia casa ai dì d’estate

co’ suoi pennacchi di color di rosa;

 

e s’abbracciava per lo sgretolato

muro un folto rosaio a un gelsomino;

guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,

chiassoso a giorni come un biricchino.

 

Era il mio nido: dove immobilmente,

io galoppava con Guidon Selvaggio

e con Astolfo; o mi vedea presente

l’imperatore nell’eremitaggio.

 

E mentre aereo mi poneva in via

con l’ippogrifo pel sognato alone,

o risonava nella stanza mia

muta il dettare di Napoleone;

 

udia tra i fieni allor allor falciati

da’ grilli il verso che perpetuo trema,

udiva dalle rane dei fossati

un lungo interminabile poema.

 

E lunghi, e interminati, erano quelli

ch’io meditai, mirabili a sognare:

stormir di frondi, cinguettio d’uccelli,

risa di donne, strepito di mare.

 

Ma da quel nido, rondini tardive,

tutti tutti migrammo un giorno nero;

io, la mia patria or è dove si vive:

gli altri son poco lungi; in cimitero.

 

Così più non verrò per la calura

tra que’ tuoi polverosi biancospini,

ch’io non ritrovi nella mia verzura

del cuculo ozïoso i piccolini,

 

Romagna solatia, dolce paese,

cui regnarono Guidi e Malatesta;

cui tenne pure il Passator cortese,

re della strada, re della foresta.

 

Mietitura in Romagna agli inizi del '900

Mietitura in Romagna agli inizi del ’900