Alcune riflessioni sulla mediazione, strumento di gestione dei conflitti.

Pubblicato il nov 13, 2014 | 0 commenti

LITIGARE

di Erica Trolese, Cesare Turra, Emanuela Zaini

La parola “mediazione” è un termine che si presta ordinariamente a molteplici definizioni. Se facessimo un sondaggio, molto probabilmente rileveremo che le persone legano questa parola per lo più al mondo degli affari, riferendosi al mediatore d’affari o al mediatore immobiliare; qualcun altro, in un’epoca caratterizzata da una forte migrazione, avrà sentito parlare della mediazione culturale; qualcun altro ancora avrà letto della mediazione civile e commerciale, introdotta dalla recente normativa italiana come strumento deflattivo all’elevato numero di cause civili pendenti nei nostri tribunali.

La mediazione, in via di estrema approssimazione, può essere tutto questo, ma non si limita a questo. E’ tutto questo, perché le diverse forme di mediazione indicate hanno la caratteristica comune della persona che sta “in mezzo” a due o più parti: nella mediazione d’affari, il mediatore si attiva per mettere in contatto le parti contrapposte interessate alla conclusione di un contratto, aiutandole a definire i termini del loro accordo; il mediatore culturale è l’esperto che fa da tramite tra la cultura originaria del migrante e quella del territorio in cui è venuto a vivere; il mediatore civile e commerciale è colui che si pone tra le persone in conflitto e cerca di farle addivenire ad un accordo.

Se ci fermassimo a questo solo aspetto, però, della mediazione avremo còlto solo alcune verosimili applicazioni pratiche, ma non saremmo in grado di definire che cos’è la mediazione, quale ne sia l’essenza. Lo “stare in mezzo” tra due o più parti, infatti, non ne esaurisce la portata perché anche il giudice in tribunale, per esempio, si pone metaforicamente in mezzo alle due parti in conflitto per dirimere la controversia, ma nessuno arriverebbe a dire che il giudice nelle sue sentenze “fa mediazione”.

Dunque, la mediazione è sì il porsi in modo equidistante tra le parti contrapposte, ma questo non è sufficiente, in quanto l’elemento caratterizzante della mediazione, e di conseguenza del mediatore che la applica, è il “come” questa viene svolta. L’esempio appena fatto del giudice ci aiuta a comprendere meglio: con la sentenza il giudice applica una legge astratta al caso concreto e dà ragione ad una parte e torto all’altra. La conseguenza è che c’è un vincitore e un perdente, che una parte si riterrà soddisfatta dell’esito del giudizio e l’altra lo riterrà inevitabilmente ingiusto, che il conflitto sarà forse risolto in termini di diritto astratto, ma non nella relazione che si è venuta a creare tra le parti contrapposte, perché l’astio continuerà a sussistere, quando addirittura non sarà aumentato.

La mediazione affronta il conflitto o il potenziale conflitto con un approccio totalmente diverso: nessuna norma astratta da applicare, nessun giudizio, nessuna sentenza.

Innanzitutto la mediazione non applica norme astratte perché muove dal presupposto che nel conflitto nessuno conosce gli interessi in campo meglio delle parti coinvolte e, di conseguenza, sono le parti stesse a dover “creare” insieme la norma che regolerà la loro relazione nel caso oggetto di conflitto. In secondo luogo, non vi è nessun giudizio perché, non dovendosi applicare una norma astratta al caso concreto, il mediatore non giudica, ma è un esperto di linguaggio che assiste le parti perché dialoghino tra di loro nella ricerca di quell’accordo che porrà fine al loro conflitto. Infine, non vi è alcuna sentenza perché l’esito della mediazione è sempre un accordo costruito insieme tra le parti, e dunque non vi è un vincitore e un perdente, ma entrambe le parti vincono perché entrambe hanno contribuito a definire il contenuto dell’accordo.

La mediazione e il mediatore, dunque, intervengono nella “relazione” tra le parti stimolando il dialogo, ma mai influenzando il contenuto dell’accordo, perché sono le parti che vi si devono dedicare: nessuno infatti meglio di loro sa quale sia, tra le diverse opzioni che le parti possono individuare nel loro confronto, quella che meglio soddisfi il proprio interesse.

La mediazione è dunque un approccio al conflitto che necessita dell’attività di entrambe le parti, chiamate a lavorare insieme per trovare la soluzione al loro contrasto. E’ una impostazione totalmente diversa da quella alla quale ci ha abituati la nostra cultura millenaria, improntata sull’applicazione del diritto come strumento principe per la risoluzione dei conflitti, soprattutto perché quest’ultima comporta una delega ad altri per la soluzione del contrasto, sia questo “altro” la norma astratta, il giudice, l’avvocato o qualunque altro terzo.

Eppure il contrasto inteso come posizione o interesse difforme da quello dell’altra parte, è un fenomeno così connaturale alla quotidianità che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Pensiamo ai piccoli, quotidiani contrasti che possono insorgere in famiglia tra moglie e marito in merito alla gestione dei figli; tra genitori e figli sulle scelte o le richieste di questi ultimi; ai dissapori con i vicini di casa per i rumori o per l’utilizzo degli spazi comuni; ai contrasti con i colleghi o con i responsabili dell’ufficio sullo svolgimento di una certa attività; e così via dicendo, per coprire ogni spazio dell’esistenza. In tutti questi esempi, nella maggior parte delle volte le parti gestiscono direttamente la situazione di contrasto attraverso la negoziazione o il compromesso, cedendo su alcuni aspetti e vincendo su talaltri, senza necessità di ricorrere alle formalità e ai riti dell’amministrazione della giustizia.

Ecco, il mediatore è su questo che lavora: supporta le parti perché gestiscano da sé il proprio conflitto, anche se talvolta può essere difficile mettersi in gioco nel trovare soluzioni concordate collaborando conl’altra parte, perché questo significa riconoscere che anche gli interessi della controparte meritano la stessa attenzione dei propri.

Nell’ambito dei corsi di formazione che proponiamo alle scuole e alle famiglie, l’obiettivo è proprio questo:insegnare ai ragazzi a gestire i propri contrasti con gli altri, facendo loro capire che avere posizioni diverse non implica che l’ “altro” sia un nemico da abbattere ad ogni costo, ma che questi è una persona con esigenze diverse e con la quale si può, si deve, lavorare per raggiungere un accordo che possa soddisfare entrambi.

Vista la giovane età dei destinatari della formazione, è presumibile che i contrasti che oggi li possono coinvolgere attengano all’ambiente scolastico e familiare; ma imparare il metodo, il modo con cui affrontare i possibili contrasti con gli altri nell’ottica di risolverli insieme all’altra parte, significa acquisire la capacità di gestire in modo corretto anche i contrasti che potrebbero presentarsi in futuro nei più diversi ambiti della loro vita: con il coniuge, con i figli, con i colleghi, con i vicini di casa, ecc., perché, come abbiamo cercato di dimostrare sopra, la mediazione è soprattutto un “saper come”, che una volta acquisito diventa patrimonio culturale del ragazzo, uno stile di vita, che può essere replicato in molteplici situazioni.

Gli strumenti utilizzati nella formazione variano ovviamente a seconda dell’età: dal gioco per i più giovani alle simulazioni per i più grandi, per far dedurre direttamente ai ragazzi, sulla base di tali esperienze ludiche, quali sono i benefici e quali gli svantaggi dei diversi modi di affrontare i conflitti. Per i ragazzi delle scuole superiori, inoltre, sono previsti dei momenti di lezione teorica del conflitto e dei metodi di risoluzione dello stesso, dove gli esiti delle simulazioni sono analizzati in modo più scientifico.