“Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza”… Chi l’ha detto?

Pubblicato il ago 4, 2017 | 0 commenti

di Alice Colombo

Eccolo qui, a pronunciare – o meglio, scrivere – la frase in questione fu Alessandro Manzoni. Molti ricorderanno senz’altro anche dove si trova questo celebre verso: nell’ode che comincia con il famoso “Ei fu”, Il Cinque Maggio.

 

Manzoni di Hayez

Alessandro Manzoni dipinto da Hayez

 

Manzoni scrisse Il Cinque Maggio nel 1821, una volta appresa la notizia della morte di Napoleone Bonaparte, che si trovava in esilio sull’isola di Sant’Elena.

Dall’Isola d’Elba, dove era stato precedentemente esiliato dalle potenze della Restaurazione, il generale corso aveva riorganizzato le forze e provato a riconquistare il potere perduto. Sbarcato nelle vicinanze di Cannes, molte truppe si riunirono all’ex-imperatore dando inizio ai cosiddetti “Cento giorni” che riportarono temporaneamente la Francia sotto la guida del Bonaparte. La disastrosa battaglia di Waterloo, combattuta contro Inglesi e Prussiani, tuttavia, segnò la fine di ogni possibilità di rivincita. Napoleone questa volta venne condotto a Sant’Elena, un’isoletta sperduta in mezzo all’Atlantico, e qui morì il 5 Maggio 1821.

 

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Isola di Sant’Elena

 

Manzoni non intendeva con la sua opera fornire un giudizio positivo o negativo sulla dibattuta figura di Napoleone. Tuttavia, venuto a conoscenza che l’Imperatore si sarebbe convertito prima di morire, cominciò a meditare sulla grandezza della Grazia Divina, capace di smuovere anche colui che aveva messo sotto sopra l’intera Europa.

Nel giro di tre giorni Il Cinque Maggio viene scritto!

La censura austriaca riconobbe la maestosità del personaggio che Manzoni aveva descritto coi suoi versi, e vietò la pubblicazione dell’ode. La stessa, però, circolò per vie clandestine e raggiunse ben presto i letterati europei: addirittura, Goethe la tradusse in tedesco.

 

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Napoleone dipinto da Jacques-LouisDavid

 

Nei sui versi Manzoni descrive il mondo intero che, stordito dalla notizia della morte di Napoleone, vive con l’immaginazione le ultime ore dell’Imperatore e si chiede se la terra verrà mai calpestata nuovamente da un simile uomo fatale. Ne rievoca la capacità di risorgere dall’esilio e l’abilità militare, che lo portò a combattere in lungo e in largo, dalla Spagna all’Egitto, dall’Italia meridionale alla Russia, dal Mediterraneo all’Atlantico.

Ma il Manzoni non è interessato ai successi militari. Subito dopo, infatti, riflette:

 

Fu vera gloria? Ai posteri

L’ardua sentenza: nui

Chiniam la fronte al Massimo

Fattor, che volle in lui

Del creator suo spirito

Più vasta orma stampar.

 

Tramite Napoleone, Dio (il Massimo Fattor) volle imprimere un segno tangibile della propria potenza (più vasta orma stampar). Manzoni, con atteggiamento storico, lascia a chi verrà dopo di lui la possibilità di giudicare l’operato di Napoleone, concentrando la riflessione sulla Fede. Per volere divino, Napoleone assaporò la vittoria e la sconfitta, fu arbitro dell’Europa e attirò su di sé amore e odio. Ora, solo come un naufrago, soffre ripensando alle passate imprese e si dispera, ma viene raggiunto dalla misericordia divina che lo conduce ai campi eterni. Alle soglie della morte, il condottiero mette da parte il proprio orgoglio per abbracciare la Fede, ricevendo quindi il conforto di Dio.

 

Napoleone

Vi è venuta voglia di leggerla? Di seguito il testo completo:

Ei fu. Siccome immobile,
Dato il mortal sospiro,
Stette la spoglia immemore
Orba di tanto spiro,
Così percossa, attonita
La terra al nunzio sta,

Muta pensando all’ultima
Ora dell’uom fatale;
Nè sa quando una simile
Orma di piè mortale10
La sua cruenta polvere
A calpestar verrà.

Lui folgorante in solio
Vide il mio genio e tacque;
Quando, con vece assidua,
Cadde, risorse e giacque,
Di mille voci al sonito
Mista la sua non ha:

Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio,
Sorge or commosso al subito
Sparir di tanto raggio:
E scioglie all’urna un cantico
Che forse non morrà.

Dall’Alpi alle Piramidi,
Dal Manzanarre al Reno,
Di quel securo il fulmine
Tenea dietro al baleno;
Scoppiò da Scilla al Tanai,
Dall’uno all’altro mar.

Fu vera gloria? Ai posteri
L’ardua sentenza: nui
Chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
Del creator suo spirito
Più vasta orma stampar.

La procellosa e trepida
Gioia d’un gran disegno,
L’ansia d’un cor che indocile
Serve, pensando al regno;
E il giunge, e tiene un premio
Ch’era follia sperar;

Tutto ei provò: la gloria
Maggior dopo il periglio,
La fuga e la vittoria,

La reggia e il tristo esiglio:
Due volte nella polvere,
Due volte sull’altar.

Ei si nomò: due secoli,
L’un contro l’altro armato,
Sommessi a lui si volsero,
Come aspettando il fato;
Ei fe’ silenzio, ed arbitro
S’assise in mezzo a lor.

E sparve, e i dì nell’ozio
Chiuse in sì breve sponda,
Segno d’immensa invidia
E di pietà profonda,
D’inestinguibil odio
E d’indomato amor.

Come sul capo al naufrago
L’onda s’avvolve e pesa,
L’onda su cui del misero,
Alta pur dianzi e tesa,
Scorrea la vista a scernere
Prode remote invan;

Tal su quell’alma il cumulo
Delle memorie scese!
Oh quante volte ai posteri
Narrar se stesso imprese,
E sull’eterne pagine
Cadde la stanca man!

Oh quante volte, al tacito
Morir d’un giorno inerte,
Chinati i rai fulminei,
Le braccia al sen conserte,
Stette, e dei dì che furono
L’assalse il sovvenir!

E ripensò le mobili
Tende, e i percossi valli,
E il lampo de’ manipoli,
E l’onda dei cavalli,
E il concitato imperio,
E il celere ubbidir.

Ahi! forse a tanto strazio
Cadde lo spirto anelo,
E disperò: ma valida
Venne una man dal cielo,
E in più spirabil aere
Pietosa il trasportò;

E l’avviò, pei floridi
Sentier della speranza,
Ai campi eterni, al premio
Che i desidéri avanza,
Dov’è silenzio e tenebre
La gloria che passò.

Bella Immortal! benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
Chè più superba altezza
Al disonor del Golgota
Giammai non si chinò.

Tu dalle stanche ceneri
Sperdi ogni ria parola:
Il Dio che atterra e suscita,
Che affanna e che consola,
Sulla deserta coltrice
Accanto a lui posò.