Leggere Leggende: Orchi per tutti i gusti (prima parte)

Pubblicato il dic 8, 2017 | 0 commenti

di Alice Colombo

 

L'orco di Pollicino in un'incisione di Gustave Doré

L’orco di Pollicino in un’incisione di Gustave Doré

 

“E, dopo aver ingannato l’Orco, tornò a casa con le ricchezze vinte grazie all’astuzia e liberò per sempre la sua famiglia dalla fame”.

Con queste parole potrebbe concludersi la storia di Pollicino, il furbissimo bambino protagonista dell’omonima fiaba, nella versione scritta da Charles Perrault alla fine del XVII secolo.

 

Effettivamente l’orco delle fiabe è dipinto proprio come l’avversario di Pollicino: un uomo dalle proporzioni gigantesche, spesso peloso, barbuto e col ventre prominente, armato di un bastone.

Perrault lo presenta come un essere sostanzialmente stupido, messo nel sacco dalla furbizia dell’eroe, ma non è sempre così. In alcune fiabe gli orchi possono rivelarsi molto pericolosi, in quanto riescono a mutare la propria forma, assumendo varie sembianze.

L’orco de Il gatto con gli stivali, solo per citare un esempio, è in grado di tramutarsi in un leone e addirittura in un topolino.

 

Il Gato con gli stivali parla con il suo padroncino

Il Gatto con gli stivali parla con il suo padroncino

 

Secondo la tradizione fiabesca gli orchi vivono in luoghi isolati come castelli o palazzi sperduti, nei quali conservano grandi tesori, oppure in grotte o paludi…

e trovano molto gustosa la carne dei bambini.

 

La figura dell’orco ha origini molto antiche, forse italiche.

Alcuni affreschi rinvenuti nelle tombe etrusche ritraggono l’Orco come un essere di grandi dimensioni, peloso e barbuto. Per gli Etruschi l’Orco è una divinità connessa al mondo degli Inferi e, proprio con tali caratteristiche, connesse all’idea dell’Oltretomba, la figura dell’orco si svilupperà in Italia e oltre le Alpi.

Nella mitologia romana Orcus è solo una delle parole utilizzate per riferirsi agli Inferi: esso indicava in primo luogo il Dio dell’Oltretomba e poi, per estensione, l’Oltretomba stessa.

Scrive Virgilio che Giove diede ordine a Mercurio di recarsi sulla terra per richiamare Enea al proprio destino. Il dio dai calzari alati si prepara e prende la verga, lo strumento con il quale “richiama le anime pallide dall’Orco, e altre le spedisce giù nel funereo Tartaro”.

“Hac animas ille evocat Orco

pallentis, alias sub Tartara tristia mittit (…)”

Eneide (libro IV, vv.242-243).

 

La discesa di Enea agli Inferi

La discesa di Enea agli Inferi

 

Con il tempo Orco viene spesso confuso con Dite o Plutone, possessore di enormi ricchezze conservate nel sottosuolo (ricchezze che ancora gli orchi delle fiabe possiedono), ma mantiene la connotazione negativa di brutale signore degli Inferi.

 

Fatto costruire a metà del XVI secolo da Vinicio Orsini, il Parco dei Mostri doveva essere, nelle intenzioni del suo ideatore, rimasto da poco vedovo, un luogo in cui piangere la morte dell’amata moglie Giulia Farnese, una sorta di labirinto nel quale la mente potesse perdersi spaziando tra figure animalesche e mitologiche. Numerosi blocchi di pietra riproducono, infatti, gigantesche creature scolpite.

Una di esse è appunto l’orco della foto, che, in epoca successiva, si è prestato anche a svolgere la funzione di ovile per le pecore.

 

Orco nel Parco dei Mostri

Orco nel Parco dei Mostri

 

Nel Medioevo la figura dell’orco assume aspetti che lo accomunano a un generico essere selvaggio, tant’è che in alcuni bestiari il termine orco cominciò ad essere utilizzato anche in riferimento ad altre creature più o meno mostruose.

 

I poemi cavallereschi non sono immuni al “fascino” dell’orco. L’orco appare, infatti, nel Morgante di Luigi Pulci, nell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo e anche nell’Orlando Furioso dell’Ariosto.

In particolare, Boiardo e Ariosto descrivono l’orco non troppo diversamente da come appare nell’Odissea il ciclope Polifemo.

Ecco quali parole sceglie Boiardo:

 

“Eccoti uscir de la spelonca lo orco

che ha la gozaglia grande a mezo il petto

e denti ha for di bocca, come il porco

né vi crediati che abbi il muso netto

ma brutto e lordo e di sangue vermiglio

longhi una spanna ha e peli in ogni ciglio”.

 

Ariosto rincara la dose: l’orco è un mostruoso gigante cieco, che ha delle protuberanze ossee al posto degli occhi e zanne da cinghiale, con le quali divora carne umana. Nel canto XVII dell’Orlando Furioso, Ariosto racconta la disavventura del re saraceno Norandino e della moglie Lucina, attaccati da un orco-ciclope insieme ai compagni di viaggio e obbligati a vestire unte pelli di pecora per sfuggire al formidabile fiuto del mostro.

 

Norandino e Lucina alle prese con l'orco

Norandino e Lucina alle prese con l’orco

 

… continua …

con la seconda parte