Leggere leggende: Spada o martello? I miti di Artù e Thor

Pubblicato il ott 23, 2017 | 0 commenti

di Alice Colombo

 

Spada_dell'Abbazia_di_San_Galgano,_1986mjolnir, martello di thor

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di prove di forza, coraggio e giustizia la storia è ricca e anche particolarmente ghiotta. Ma cosa succede se l’atto eroico di un personaggio si trasforma in un simbolo intramontabile, in un modello che è spunto di imitazione nei secoli? Ecco come nasce la leggenda, e come prende forma la portentosa spada da estrarre dalla roccia.

Un gioiello magico, che solo il più degno può sperare di possedere, questa è l’arma che per lungo tempo è rimasta in attesa di un valido portatore; la spada ha osservato i vani tentativi dei suoi pretendenti e ha scelto, infine, il migliore tra essi.

 

La storia di Artù e della spada dalla roccia appare per la prima volta in Merlin, romanzo in versi di Robert de Boron, composto a cavallo tra il XII e il XIII secolo. Qui Merlino, mago delle profezie e degli inganni, affida il giovane Artù, frutto di un’unione illegittima, a Sir. Ector, che lo alleva come scudiero del figlio Kay. Quest’ultimo partecipa al torneo organizzato alla morte del re Uther Pendragon per sceglierne il successore. Artù dimentica di portare con sé la spada per Kay, ma trova per caso una spada incastonata nella roccia e la estrae senza difficoltà, rivelando di essere il re tanto atteso.

 

La morte di Artù

La morte di Artù

 

La spada nella roccia più conosciuta è sicuramente quella di Re Artù; la più famosa, certo, ma non l’unica.

Nel lontano XII secolo, il cavaliere Galgano, stanco della vita dissoluta, volle ritirarsi in un luogo solitario. Lasciatosi trasportare dal proprio cavallo a briglia sciolta, giunse a Montesiepi, nei pressi di Siena. Qui trasformò il proprio mantello in un saio e cercò del legno per erigere una croce. Non avendone trovato, conficcò la propria spada nel terreno a guisa di croce. Durante un’assenza di Galgano per un pellegrinaggio, tre monaci invidiosi vollero estrarre la spada per eliminarla, ma non vi riuscirono e incorsero nella punizione divina: uno di essi cadde in un fiume e annegò, un altro fu bruciato da un fulmine, il terzo fu trascinato via da un lupo, ma si salvò invocando Galgano. La spada che avevano danneggiato si ricompose perfettamente nella parte spezzata, saldandosi più forte di prima.

 

Abbazia di San Galgano contenente la spada

Abbazia di San Galgano che ospita la spada

 

Una spada da estrarre, anche se non dalla roccia, è quella che Sigmund deve ricavare dalle radici di un albero. Richard Wagner, ne La Valchiria, dramma rappresentato per la prima volta nel 1870, racconta in musica il ritrovamento della spada che era stata promessa a Siegmund dal suo divino padre Wotan nel momento del bisogno. Ferito e senza armi, dopo una folle corsa nella foresta, il giovane Sigmund trova riparo in una capanna, accolto da colei che scoprirà essere sua sorella, Sieglinde. Un grande albero al centro della stanza cattura la sua attenzione. In un’atmosfera angosciosa e ricca di presagi, Sieglinde gli rivela che tempo prima un misterioso viandante aveva infisso nell’albero una spada che avrebbe dato la vittoria a colui che avesse avuto la forza di estrarla. Molti si erano cimentati nella prova, invano. Una lingua di fuoco colpisce ora un punto preciso dell’albero. Proprio in quel momento l’eroe viene ribattezzato Siegmund (colui che protegge con la vittoria) ed estrae la spada dall’albero, riconquistando la sua identità e il suo ruolo nella società.

 

Siegmund estrae la spada dall'albero

Siegmund estrae la spada dall’albero

 

Anche nella cultura latina ritroviamo un esempio di spada nella roccia, sebbene il suo valore simbolico sia correlato, più che altro, alla potenza dell’eroe che mostra la propria supremazia sugli altri. Nel suo commento all’Eneide di Virgilio, Servio racconta che Ercole, giunto nell’Italia centrale, per dimostrare la propria forza e sfidare gli abitanti del luogo conficcò una sbarra di ferro nel suolo e nessuno fu in grado di estrarla. Solo Ercole stesso vi riuscì e dalla terra aperta fuoriuscì l’acqua che andò a formare il lago del Cimino, cioè il lago di Vico, vicino Viterbo.

 

Ercole e l'Idra

Ercole e l’Idra

 

Non spada, ma martello è il Mjöllnir brandito da Thor nella mitologia norrena. Il nome tradotto significa “frantumatore”, ma si tratta di uno strumento che serve allo stesso tempo per edificare e per distruggere.

“Chiunque impugni questo martello, se degno, possiederà il potere di Thor” sono le parole incise sul martello. Forgiato dai nani all’interno del Sole per ordine di Odino, Mjöllnir è praticamente indistruttibile e a causa del suo immenso potere, il padre degli dèi ha stabilito che solo chi ne sarebbe stato degno avrebbe potuto brandirlo. Nel film Thor del 2011 ispirato al fumetto Marvel, l’eroe viene esiliato sulla Terra senza poteri a causa della sua tracotanza. Insieme a lui precipita anche il martello, che va a conficcarsi nel deserto. Subito si scatenano tra i curiosi, accorsi sul luogo, delle gare per estrarlo, ma nessuno ci riesce; nemmeno Thor può recuperare la sua antica arma, perché ancora non ha conosciuto l’umiltà, la generosità e il vero coraggio. Ma una volta imparata la lezione, viene raggiunto in volo proprio dal martello, durante la battaglia.

 

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