Mediazione familiare: “Sapendo di non sapere”

Pubblicato il mag 15, 2015 | 0 commenti

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a cura di Massimo Silvano Galli, Pedagogista, Teresa Laviola, Avvocato

Di fronte a una diatriba apparentemente irrisolvibile, due commercianti si recano dal loro rabbino, un uomo tanto sapiente quanto saggio. Il rabbino riceve il primo commerciante che, con dovizia di particolari, racconta la sua versione dei fatti. Dopo averlo ascoltato con attenzione, il rabbino sentenzia: “Certo, tu hai ragione”. Ciononostante, il secondo commerciante insiste per essere a sua volta ascoltato. Anch’egli racconta la sua versione dei fatti e, dopo averlo ascoltato, il rabbino gli dice: “Certo, tu hai ragione”. Congedati i commercianti, la moglie del rabbino, che aveva ascoltato tutto, gli dice: “Ma scusa, non è possibile che abbiano ragione entrambi”. Il rabbino la osserva e conclude: “Certo, hai ragione anche tu”. Questa storia restituisce, a nostro avviso più di tanti e copiosi manuali, la postura mentale che dovrebbe sorreggere l’agire di ogni mediatore. Ne emerge, infatti, con forza, il suo carattere fondante, che non è quello di cercare la verità o di distinguere la ragione dal torto, ma di estraniarsi, lui per primo, dall’insensato affannarsi di questa ricerca, segnando per davvero una profonda frattura con qualsivoglia sistema dal sentore giuridico. È, infatti, solo attraverso un atteggiamento di rinuncia, un’epochè, un’astensione del giudizio sulle cose e sui fatti, che il mediatore può favorire l’emersione dell’unico sapere che davvero conti, ossia quello delle parti che partecipano al processo di mediazione. Insomma, il mediatore non deve sapere, forse non deve nemmeno capire. Come direbbe Socrate, deve “sapere di non sapere” e, estraniandosi da qualsivoglia sapere soverchiante, aiutare le parti a capire che non c’è sapere senza relazione, perché noi “non siamo”, se non per gli altri, e solo nel riflesso degli occhi dell’Altro scopriamo la possibilità di riflettere su di noi, liberando, di fatto, la differenza che ci univoca. Le parti, prese dal conflitto che le anima, vivono un naturale desiderio di vedere privilegiare la propria posizione su quella dell’Altro contendente e, come quei bambini che chiedono alla mamma o al papà di decidere chi ha ragione, così vorrebbero che il mediatore dipanasse le loro questioni. Ma non è questo il compito di una sana mediazione che voglia non confondersi con modelli giudiziari. Insomma, è l’Altro che sa del suo “male” e a lui il mediatore deve restituire la sua naturale capacità di “dirlo”. Il riduttivismo interpretativo che è valido per le macchine banali: gli oggetti, la natura, etc. (macchine indipendenti dalla storia, determinabili, prevedibili) non corrisponde alle relazioni e alle reazioni degli umani che possono essere definite macchine non-banali, ossia: dipendenti dalla storia, indeterminabili, imprevedibili. Così, ogni volta che il mediatore suggerisce, con il proprio ingombro sapere, una soluzione, impedisce di fatto che quel vuoto possa essere riempito dall’unico sapere veramente determinante: quello dell’Altro che quel vuoto lo vive e che, conseguentemente, se ne dovrà fare carico nella sua riconfigurata pienezza, che risulterà tanto più estraniante tanto meno vera, quanto più sarà stata colmata non da lui ma da un Altro. L’umano, infatti, è uno strano marchingegno che, per funzionare adeguatamente, ha bisogno di essere ascoltato. Per dar adito al cambiamento, alla trasformazione è allora necessario stare nel processo di mediazione cercando creativamente la verità dell’Altro, anzitutto investendo il suo linguaggio di quella dignità paritetica nella cui sfera ognuno deve sentirsi pensato per dare abbrivo a qualsiasi sano cambiamento. “La verità,” suggerisce un proverbio africano, “non è mai in un solo cervello”, qualunque sia la presunta oggettività epistemologica che la alimenta. Ascoltare la verità dell’Altro, non cercando di capire dove il suo discorso falla e perde acqua, ma dando per scontata la certezza (seppur presunta) che lo alimenta, chiedendo semmai di aiutarci a coglierla laddove maggiormente fatichiamo a comprenderla, ecco una sana relazione di aiuto, nel setting della mediazione, come nei rapporti più quotidiani.

Fonte: http://www.diritto24.ilsole24ore.com/art/dirittoCivile/famiglia/2015-05-11/mediazione-famigliare-sapendo-non-sapere-101557.php