Rudolf Steiner, l’economista eretico

Pubblicato il gen 16, 2014 | 1 commento

di Alberto Cacciatore

Mentre la grave crisi economica provocata dal potere finanziario sta condizionando pesantemente la vita di milioni di persone, tutte le terapie volte a risolverla, sembrano di fatto, non avere nessuna utilità concreta. Questo perché, a ben guardare, la distribuzione piramidale della ricchezza basata prevalentemente su rendite e patrimoni creata dal sistema capitalistico, ha quasi definitivamente escluso dalle sue possibili soluzioni i redditi da lavoro che invece potrebbero essere i soli in grado di rimettere in movimento una macchina ormai inceppata da tempo.
Tuttavia anche se si riuscisse a ragionare in questi termini, ciò potrebbe non essere sufficiente perché, in definitiva, il pendolo del pensiero economico continua a oscillare fra due polarità che escludono qualsiasi altro tipo di approccio alternativo all’economia. Le polarità a cui mi riferisco sono le due macro visioni ovvero quella mercantilista e quella liberista.
Come è noto, chi ragiona con un approccio mercantilista, pone maggiore attenzione sulla domanda interna e sulla protezione dello stato, auspicando un surplus in conto merci e rivendicando politiche statali a sostegno dell’occupazione e in tutto questo si può tranquillamente ricomprendere anche la stessa teoria Keynesiana. Come è ormai evidente, le conseguenze di un approccio del genere, porta inesorabilmente alla burocratizzazione di ogni produzione.
Chi invece volge il suo pensare economico a idee di stampo liberista, fa dipendere la crescita dell’economia dal commercio e da un crescente investimento all’estero. Conseguenza di ciò è invece un relativizzarsi sempre più della produzione.
E’ ovvio a questo punto che, ogni soluzione di politica economica, è intrisa in percentuale diversa, sia dell’una sia dell’altra visione dell’economia.
Eppure ci sono idee economiche che, pur avendo una loro dignità e coerenza, sono poco conosciute o addirittura quasi del tutto ignorate anche dal mondo universitario. Queste idee, meriterebbero, soprattutto in periodi di crisi come questo, almeno di essere analizzate e discusse da economisti e accademici “limpidi”. Uno sforzo del genere avrebbe il pregio di stimolare la possibile apertura di nuove strade ad un sistema economico ormai perso in un vicolo cieco.
In particolare mi riferisco alle idee e alla visione che aveva dell’economia il filosofo austriaco Rudolf Steiner.

rudolf-steiner

In realtà egli non ha mai scritto nessun libro di economia ma ha affidato la sua particolare visione del funzionamento del sistema economico a quattordici conferenze tenute intorno agli anni venti del secolo scorso.
Steiner nell’elaborare le sue originali idee economiche, parti principalmente dal pensiero dei classici trascurando del tutto i neoclassici e le loro teorie sul marginalismo di cui, con molta probabilità, ne ignorava gli scritti.
L’originalità del pensiero di Steiner sta prevalentemente in una modificata teoria del valore-lavoro così come elaborata dagli economisti classici. Come si ricorderà per questi ultimi, il lavoro era considerato una merce e quindi distinto dal suo processo produttivo. Per Steiner ciò non era possibile in quanto non era pensabile ridurre il lavoro dell’uomo a semplice energia misurabile. Nello specifico egli non solo escludeva il lavoro come fattore produttivo ma lo considerava solo unito a Terra e capitale, negando così ogni relazione tra attività lavorativa e prezzo del fattore produttivo stesso. In definitiva per Steiner Terra e capitale rappresentavano una forza produttiva solo se uniti e confusi con il lavoro.
Distinguendo fra Natura e Spirito, egli volle sottolineare come Terra e capitale (inteso come macchina) non producono nulla senza l’individualità e la creatività dell’uomo che, confondendosi a loro, crea valore. In questa ottica Steiner prese anche le distanze da Karl Marx facendo notare come nella sua teoria, non poteva esserci posto per una teoria del plus-valore o plus-lavoro in quanto sosteneva che non fosse possibile imputare al lavoro un valore inferiore a quanto esso produce. Per Steiner il lavoro era produttivo solo se si lascia modificare dalla cultura e dal carisma dell’imprenditore (che per Steiner era una forma d’arte) e dalla scienza che a sua volta modifica la Natura stessa. Con Steiner la distinzione che fanno i classici fra lavoro produttivo e improduttivo non aveva nessun senso e in questo modo, riuscì a dare dignità a cultura e arte che hanno invece, un ruolo importantissimo nel circuito di creazione del valore.
Nel suo particolare modello economico la ridistribuzione del valore dei prodotti in modo residuale dopo aver fissato le quote del salario secondo gli economisti classici, non era possibile e tantomeno erano possibili i vari meccanismi di imputazione dei prezzi secondo la visione dei neoclassici.
Da tutto ciò ne deriva che Steiner criticava il capitalismo non perché esso porta a iniquità o si avvale del mercato, ma piuttosto perché nel suo modo di funzionare, egli notava una cristallizzazione dell’atto spirituale. L’invenzione, la scienza, l’innovazione sono tutti atti spirituali che trasformano il lavoro in valore. Il capitale immobiliare e mobiliare, la proprietà terriera e le macchine invece non creano valori ma commercializzano solo valori fittizi. Per Steiner la finalità dell’economia doveva essere solo quella di soddisfare le necessità naturali dell’uomo escludendone l’accumulo fittizio dei valori. L’inflazione per lui aveva origine quindi solo da attività speculativa che non crea vero valore ma solo valore fittizio.
Pur non essendo un economista di professione, Steiner con le sue idee si avvicinò molto anche al pensiero di altri autorevoli accademici. Uno fra questi fu Joseph Schumpeter. Come Steiner, Shumpeter pensava che l’intelligenza e il carisma individuale mette in moto l’innovazione e pone fine ad uno stato stazionario generando così lo sviluppo.
Ma per afferrare anche solo concettualmente il circuito economico Steineriano è importante sapere quale ruolo ha per il filosofo tedesco il denaro. Come Shumpeter, anche Steiner era dell’idea che il denaro non può essere esogeno al sistema di creazione dei valori. Se il denaro è spirito (inteso come capacità, cultura) e quindi non merce, ciò significa che, quando al denaro anticipato attraverso il credito non corrisponde la creazione di valori, allora quel denaro va ad accumularsi come mezzo di scambio in un circuito che non è più quello economico. Ecco che così si vengono a creare quei valori fittizi che in definitiva generano solo rendite finanziarie. Per Steiner il problema più pressante da risolvere nel sistema capitalistico non era tanto la redistribuzione del reddito ma piuttosto individuare un circuito monetario e finanziario che non separasse la forza produttiva dal suo circuito economico.
Il meccanismo di funzionamento del denaro di Steiner esclude ogni monopolio d’emissione monetaria e quindi la stessa esistenza di una Banca centrale. Egli individuò tre forme di denaro: Invor, mercor, donor.
Con Invor volle indicare quel denaro “giovane” che serviva all’investimento; con il mercor quel denaro “maturo”di scambio o di circolazione e con il “donor” quel particolare denaro “vecchio” di dono come forma solidaristica di decumulo che andrebbe a finanziare quei campi spirituali della vita come sanità, istruzione, arte, cultura che, pur non rientrando nel campo dell’economia, sono tuttavia importantissimi affinché essa possa essere in grado di svilupparsi.
In questo suo particolare e certamente coerente modo di pensare l’economia Steiner prese spunto da un altro economista “eretico”: Silvius Gesell. Quest’ultimo riteneva che per evitare che il denaro si potesse accumulare bastasse applicare un bollo ogni mese pari ad una percentuale del suo valore. L’introito che ne sarebbe derivato per lo stato da questo circuito virtuoso, come calcolò lo stesso Keynes, doveva servire a nuovi investimenti pubblici compatibilmente con un sistema di pieno impiego.
Al contrario di Gesell però, per Steiner il denaro non doveva avere solo la funzione di circolazione ma doveva essere principalmente un denaro di investimento che, attraverso il credito bancario, anticipasse del tutto i valori agli imprenditori senza per questo che ci fosse nessuna relazione con la base monetaria esistente. Man mano che i valori anticipati dal credito fossero venuti ad esistere, si creerebbero attività per la copertura del denaro di circolazione, il mercor. Quest’ultimo che non è creato dal nulla come l’anticipazione, verrebbe poi trasferito dalle aziende ai privati (dove per privati si intende tutte le istituzioni diverse da stato, imprese e banche centrali e quindi salariati e risparmiatori). Successivamente parte di esso diventando donor, sarebbe diminuito come per i bolli di Gesell, di una certa percentuale e veicolato a discrezione da privati e imprese a ospedali, scuole ecc..
L’originalità di questo modello sta nel fatto che in questo modo non sarebbe più lo Stato a redistribuire la ricchezza agli altri campi spirituali della vita e pertanto non ci sarebbe più bisogno di un debito pubblico e banche centrali che operino sulla massa monetaria per gestirlo. Si tratta in sostanza di un sistema che avrebbe come conseguenza inevitabile una riforma dei mercati dei capitali.
Una visione del sistema economico libertaria, dove esistono associazioni di consumatori e produttori, ed esiste una importante attenzione all’intrapresa e all’innovazione e a un free banking.
Un approfondimento sulle idee economiche di Rudolf Steiner è possibile trovarlo sul libro di Geminello Alvi “L’anima e l’economia” dal quale io stesso ho tratto spunto.
In conclusione ritengo che ignorando Steiner e altri pensatori “eretici” come lui, il mondo accademico che dovrebbe essere per eccellenza il depositario della cultura economica, può rimproverarsi di aver contribuito a creare un sistema perverso e certamente vantaggioso per tutti coloro che, accumulando capitale fittizio, oggi spiegano che non vi è altra alternativa alla mancanza di lavoro e ai sacrifici della povera gente.

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